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martedì 29 novembre 2016

REFERENDUM, LA RIFORMA COSTITUZIONALE DI (DU)CETTO LA QUALUNQUE


Cavour, Giolitti e Mussolini governarono sostanzialmente con lo stesso sistema costituzionale, ma con leggi elettorali diverse. Fu l’introduzione del suffragio universale (in un paese ad alto tasso di analfabetismo), e il Patto Gentiloni che ne derivò, a cambiare gli assetti politici reali. In poco tempo l’Italia fu spinta verso la Prima Guerra Mondiale, sull’onda delle pressioni violente esercitate dalla teppa interventista di destra e di sinistra. Finita la guerra più inutile della Storia, il sistema elettorale generò il caos da cui originò il fascismo. E infine fu la legge Acerbo (voluta da Mussolini e che determinò l’aggregazione del Listone) a trasformare un sistema più o meno rappresentativo in una dittatura. E’ questo il quadro storico da non dimenticare il 4 dicembre. A dispetto dei ragli di chi si ostina a ripetere che l’Italicum non è oggetto della riforma costituzionale soggetta a referendum, gli effetti nefasti della riforma Boschi-Verdini derivano dalla combinazione con una legge elettorale demenziale partorita dall’arroganza puerile del Ducetto La Qualunque convinto di avere in mano il Paese grazie a un’elemosina di 80 euro. Una Costituzione che rafforzi i poteri del governo nel quadro di un sistema parlamentare con sistema elettorale proporzionale, sortisce effetti totalmente diversi quando il sistema elettorale regala a una minoranza la maggioranza dei seggi in Parlamento. Gli argini all’autoritarismo e all’arbitrio o, se preferite, un efficace equilibrio di pesi e contrappesi assicurato dalle dinamiche di una coalizione parlamentare, in un sistema maggioritario deve essere garantito da istituzioni non soggette al controllo della maggioranza. Invece la riforma elettorale assegna al caporione del partito che vince le elezioni oltre al governo, il controllo di Commissioni Parlamentari, Rai, Autorità indipendenti (si fa per dire), Forze Armate, Polizia, Banca d’Italia, Eni, Finmeccanica, Inps, Enel, Cassa Depositi e Prestiti, Poste, Agenzia delle Entrate, Equitalia (o come cavolo verrà ribattezzata), Ferrovie e una forte influenza su Presidenza della Repubblica, Corte Costituzionale e Csm. E, come ciliegina, il caporione controllerà i cordoni della borsa su una miriade di enti locali (con annesso sistema sanitario) nonché i salvataggi di banche e imprese in dissesto. Detto in termini semplici, una legge elettorale assurda e una Costituzione che non prevede argini alle decisioni del governo in un paese dove lo Stato controlla direttamente o indirettamente oltre due terzi dell’economia, significa instaurare un regime. Lo Statuto delle Opposizioni è solo una carognata in quanto viene votato a maggioranza in Parlamento, cioè in pratica viene dettato dal governo.
La Costituzione fissa principi generali e regole vaghe. Il problema è che tali principi e regole vanno fatti rispettare. Questo compito spetta all’autorità costituita. Ma se tale autorità non ha nessun interesse ad agire, anzi propende per la violazione delle regole costituzionali a proprio vantaggio, la Costituzione diventa come lo Statuto Albertino durante il fascismo. Ad esempio l’art. 24 dello Statuto recitava: “Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo o grado, sono eguali dinanzi alla Legge. […] Tutti godono egualmente i diritti civili e politici, e sono ammessi alle cariche civili e militari, salve le eccezioni determinate dalle leggi”. Questo articolo non impedì le leggi razziali contro gli ebrei. Lo Statuto prevedeva la libertà di stampa (art. 28) e la libertà di riunione (art. 32), ma non garantì nessuna delle due perché non esistevano istituzioni che potevano opporsi al governo del Duce, nemmeno il Re. Per concludere, un sistema costituzionale non si giudica dal fatto che se vincono i nostri tutto va per il meglio. Si giudica dal fatto che se vincono gli altri il sistema non si trasforma in un’autocrazia. La democrazia è in prima istanza un meccanismo per limitare i poteri del sovrano e della maggioranza. Non per aprire a qualche campiere della massoneria agropastorale toscana, insieme al rottame comunista salernitano, la porta del potere.


mercoledì 26 ottobre 2016

IL FUTURO DEL CENTRO DESTRA: UNA DI QUESTE NOVE DONNE SFIDERA’ RENZI ALLE ELEZONI


Dall'alto Marina Berlusconi, Giorgia Meloni, Mara Carfagna, Luisa Todini, Mariastella Gelmini, Emma Marcegaglia, Barbara Berlusconi, Stefania Prestigiacomo e Anna Maria Bernini

IL FUTURO DEL CENTRO DESTRA: UNA DI QUESTE NOVE DONNE SFIDERA’ RENZI ALLE ELEZONI?

di Antonio Rapisarda -  E se fosse una «lei» a sfidare Matteo Renzi alle prossime Politiche? Una lei di centrodestra sul modello di Chiara Appendino però, la «grillina» con i piedi per terra e con un buon tasso di autosufficienza da Grillo? Donna o uomo poco importa, ma che sia scelta con le primarie e per meriti: basta con i conigli tirati fuori dal cilindro (ultimo in ordine di apparizione, Stefano Parisi).
È bastato questo «colloquio» tra Luigi Bisignani e il direttore Gian Marco Chiocci, ospitato sulle colonne de Il Tempo, per scatenare tra i corridoi di Montecitorio il dibattito serrato sulla papabile candidata alla premiership di coalizione per delle elezioni che il risultato del 4 dicembre potrebbe anticipare ben prima della scadenza naturale. «Berlusconi, che com’è noto non dice mai la verità neppure ai suoi figli figuriamoci a Parisi, inizia seriamente a pensarci», ha ventilato ieri Bisignani. Potrebbe essere questa, dunque, la carta vincente da giocare contro il premier uscente «esponente del terzo governo non eletto» e contro il candidato in pectore dei 5 Stelle, l’ammaccato dalla vicenda Roma Luigi Di Maio. Il punto è: chi potrebbe essere questa «grintosa donna»? Una delle personalità che ritornano a circolare - proprio in ragione della ricerca di quella persona «del fare» cara al Cavaliere - è proprio lei, Marina. La figlia maggiore e presidente di Fininvest e Mondadori del resto ha già dimostrato, fuori dalle mura delle aziende di famiglia, di sapere svolgere ove necessario delicati ruoli politici: come quando, da «reggente» di Forza Italia nei giorni in cui il padre-leader era alle prese con il delicato ricovero ospedaliero, ha rottamato il cerchio magico che aveva a suo avviso ingabbiato il padre riattivando la vecchia guardia azzurra e le ragioni della «responsabilità» e aprendo di fatto un canale di dialogo che potrebbe sfociare in quella «fase costituente» post-referendum di cui ha parlato lo stesso Silvio Berlusconi qualche giorno fa. Se però, come ha più volte ribadito lei stessa, Marina non ha intenzione di scendere direttamente in campo, esistono due nomi - a proposito di società civile impegnata nella «trincea del lavoro» - che si affiancano al suo. Uno è quello di Luisa Todini, oggi al vertice di Poste italiane (nomina voluta da Matteo Renzi), ieri parlamentare azzurra e imprenditrice: donna da sempre stimata dal Cavaliere non solo per le qualità dimostrate nel lavoro ma anche per la buona tenuta nei dibattiti televisivi.
L’altra è Emma Marcegaglia, ex numero uno di Confindustria, attualmente presidente di Eni (anche lei nominata dal governo Renzi): più volte Berlusconi quando ha ragionato su nuovi volti su cui investire – tre

lunedì 4 maggio 2015

LA VOCE DELLA RUSSIA TITOLA: "L'ITALIA ELIMINA IL DIRITTO DI VOTO". QUESTO E' L'ITALICUM, FATELO LEGGERE A RENZI


Un articolo-bomba apparso su "La Voce della Russia", il network di comunicazione che fa capo alla Radio internazionale della Russia, ridicolizza Renzi e la sua nuova legge elettorale che di fatto elimina il diritto di voto. L'articolo ve lo riportiamo integralmente, eccolo:

Ma anche il diritto al voto era oggetto di riforma? È questa la domanda che ci sovviene guardando ai cambiamenti che il Governo Renzi sta varando in queste ore, a colpi di populismo spinto. Una risposta seria la desidera quella gran parte di italiani che oggi è molto preoccupata dalla perdita di sovranità in favore dell’Unione Europea, ma che resta in timoroso silenzio quando si tratta delle tante riforme che stanno finendo per abrogare, nei fatti, il diritto al voto in Italia.

Crediamo, infatti, che non sia sfuggito a nessuno come le abrogazioni-farsa del Senato e delle Province confermino una sola unica certezza: il diritto al voto è diventato un optional, accompagnato dalla massima “non disturbate il manovratore”. D’altra parte, l’insofferenza verso la cabina elettorale non ci stupisce, poiché Renzi è il terzo Presidente del Consiglio consecutivo a non essere passato dalla consultazione popolare, ma costruito in laboratorio grazie alle alchimie dei palazzi romani e dei “club” sovranazionali. Ci stupisce invece la totale assenza di opposizione da parte della gente: sembriamo un popolo demotivato, in cassa integrazione mentale.
È desolante non vedere neanche un singulto di dignità, non un tricolore che sventoli sotto palazzo Chigi chiedendo miglioramenti veri, non una voce di protesta che affermi che esistono principi basilari che non possono abrogati. Dove sono finiti quei costituzionalisti prezzolati che difendevano l’immutabilità della Carta Costituzionale? Rodotà, se ci sei batti un colpo! Zagrelbesky, se ci sei batti due colpi! Niente girotondi, nessun sit-in: tutti appiattiti sul cambiare tanto per cambiare. Quando un popolo smette di difendere la propria sovranità, muore ogni giorno sotto il nerbo di una dittatura strisciante: e il rischio che si vada proprio in quest’ultima direzione è molto consistente.